Dopo più di una settimana dal mio ritorno (per chi si collegasse in questo momento: tre mesi in Brasile) e a due mesi dalla mia GP (Grande Partenza: il dottorato negli USA), ancora vago per la mia adorata città natale, Torino, con l’aria di smarrimento e un senso di perenne stordimento che offusca i miei riflessi.
Andare in un supermercato, in queste condizioni, può rivelarsi un’intensa esperienza dello spirito, perché qualsiasi accadimento giunge alla propria coscienza con la patina della distanza e con i numerosi filtri della riflessione, dell’autoriflessione e della riflessione sulla riflessione, come se si stesse leggendo un libro e non camminando per strada. L’obbiettivo del supermercato è un’enorme valigia, tanto grande da poter contenere i vestiti estivi e invernali per la prossima emigrazione: il che vuol dire camminare in un posto pensandone un altro.
Uscita dalla spedizione al supermercato (obbiettivo individuato, fra poche ore sarà raggiunto, nel frattempo una pausa di riflessione) con mio padre per le mie solite arcinote strade del mio quartiere abbiamo incontrato una signora qualunque. Che mio padre ha salutato. Dal qual gesto, io, con i miei tempi di reazione, ho intuito non essere una “signora qualunque”, ma una persona legata da qualche grado di parentela con noi; per dirla altrimenti: l’ennesima Santina della famiglia. Se mai l’ho vista in vita mai (come di sicuro sarà accaduto), la sua immagine non faceva più parte dei file malamente riposti nel mio cervello.
Dopo il saluto di avvenuto riconoscimento (naturalmente non da parte mia), è seguita una di quelle generiche conversazioni alle quali, se voglio tornare di tanto in tanto tra i miei parenti, non devo perdere l’abitudine, se no finisco ogni volta, come oggi, ad osservarle come fossero fenomeno da antropologia, se non etnologia. (Ma mai, purtroppo, archeologia). “Siamo qui”; “vado a prendere a scuola mia nipote, facciamo qualche passo”; “sì, mia figlia abita sempre qui”; “ci vediamo, tanto siamo sempre in zona, ci si incontra”… e gli Stati Uniti d’America sembrano così lontani…
Dopo i saluti di congedo, ho appurato che l’ennesima Santina è addirittura cugina di primo grado di mio padre! e io che pensavo a un secondo o terzo! tsè! Ecco la colonia siciliana a Torino. Emigrati 50 anni fa, ancora forti del loro accento siciliano, ma così dentro a quella che era la loro America. Il pensiero mi fa impressione. Ora parto io, ma con la promessa di non ritrovarmi dopo 50 anni al solito posto, nelle solite strade, “a fare un giro”, “due passi”, “il solito tran tran”, “l’importante è la salute”, “tante care cose”.
E pensare che qualcuno in Sicilia ci è rimasto.
Ok, qualcuno, un secolo fa, è anche andato negli Stati Uniti. Due anni fa ho scoperto di avere lontani parenti (questi, sì, davvero lontani) a Philadelphia. Qualcosa come uno zio di mio nonno che emigrò. E credo che nessuno lo rivide mai più, perché all’epoca quando si partiva era un addio e il pensiero mi commuove tanto che cerco di cacciarlo via dalla mia testa, se no mi metto a piangere per il destino di gente che non ho mai conosciuto. Vennero a trovare i familiari italiani quasi due anni fa (ma io non ero in Italia e non li ho mai incontrati), contattando un lontano cugino prete di Roma - così ho scoperto anche la sua esistenza.
Gente che va, gente che viene, siamo tutti lontani parenti. E io, che mi sento sempre meno di qualche luogo e sempre più di tanti luoghi che porto dentro, rincorro antichi sogni e viaggio un po’ pensierosa per le strade del mio quartiere come per il mondo.
(A questo punto dovrei dire “tutto il mondo è il mio quartiere”, ma lo scrivo solo qui tra parentesi, così è un po’ come se non lo avessi fatto, vero?)
Pubblicato da lavocedizofia