La ribellione internazionale

Novembre 5, 2007

Dunque, dove fummo rimasti? ah, sì: cosa c’è di peggio dell’essere una donna calciatrice? essere una tifosa di calcio e tenere per l’altra squadra. Dal momento che sono nata e vivo nella Capitale sabauda, l’altra squadra è una qualsiasi squadra che non sia una delle due torinesi.

Nel tempo che ormai si perde nella mia memoria così labile, all’epoca ch’io mi ritrovai a frequentare la scuola elementare, ricordo vagamente come fingessi di essere juventina pur di integrarmi tra i compagni di scuola (s’intende: i compagni maschi, quelli con cui poi, scesi in cortile durante la mezz’ora di intervallo, giocavo a calcio con la palla di carta e scotch). Col tempo, però, il mio senso di ribellione e insofferenza verso il mondo è andato velocemente maturando, fino a ostentare con orgoglio la mia diversità calcistica: contro tutti i compagni (ecco la mia vena anarchica al confronto con il comunismo), mi dichiaravo dell’Internazionale (squadra duramente osteggiata dai miei compagni). E’ ovvio che se qualche d’uno parteggiava per una squadra extra-torinese, questa fosse il Milan: così, in ogni caso, mi sono sempre ritrovata contro.

Da allora, ho combattuto molto per difendere la mia diversità, in una città di infognati juventini dove la caccia alle streghe è stata sostituita dalla caccia all’interista, dove le lotte operai sono ormai sopite e dimenticate, il capitalismo ha trionfato e i compagni si sono imborghesiti. Al liceo mi tiravano addosso le palle di neve (ah, quando nevicava!) perché indossavo la sciarpa della mia squadra e il lunedì mattina mi difendevo dagli attacchi degli ex-compagni.

Poi è andata come è andata. Le illusioni deluse, le speranze tradite, le conquiste a prezzo di aspre lotte smantellate a poco a poco: e oggi il precariato, lo stato sociale disperso, l’indifferenza, il qualunquismo, calciopoli. Ho mantenuto l’attaccamento alla mia squadra, ma con disinteresse e disinformazione. A stento riconosco ancora qualche vecchia icona, che presto, so già, svanirà come le altre illusioni.

E se ora scrivo è perché ieri mi sono ritrovata in una bettola torinese (non era una bettola, ma ho finto fino all’ultimo che lo fosse) a guardare l’ennesima Juve-Inter, dovendo affogare l’esultanza e la delusione dentro di me, nel mio silenzio, circondata dal più bieco razzismo calcistico rivolto a gente come me. Così, ostentando contegno e superiorità, ho ripensato ai bei tempi, ai tempi in cui si credeva in qualcosa, ai tempi dei compagni e dell’anarchia. Con ancora addosso l’orgoglio della propria differenza, del sentirsi soli contro tutti, come una ragazza che pratica il giuoco del pallone.