Vestirsi e svestirsi

Novembre 8, 2007

5 novembre. Giornate di noia, vuote come una vescica. Io sento la loro terribilità soprattutto la mattina e la sera. Quando mi vesto e quando mi spoglio. Metter fuori le gambe dal letto, posare i piedi sul tappeto freddo, infilarsi la camicia, le mutande, i calzini, la sottoveste, la giubba, le scarpe, abbottonarsi. Cavarsi una dopo l’altra le scarpe; cavarsi e posar sulla seggiola la giubba, la sottoveste, i pantaloni, i calzini, le mutande, la camicia. Ed entrare a letto per ricominciar daccapo la mattina dopo.

C’è stato nella storia, ed è ora nel proverbio, uno che soffriva come soffro di questa stupida commedia.

Ma era più energico di me.

– Spoglia e vesti, spoglia e vesti; – disse alla fine un bel giorno – la finirò io!

E si tirò una revolverata nella testa.

Era più energico di me – e più coerente.

6 novembre.

Ieri parlavo di morte, e forse facevo anche in questo del dilettantismo, al solito – bisogna pur dirlo. Una triste lettera che ricevo, mi fa vedere come un amico lontano facesse sul serio – e nello stesso istante.

L’hanno trovato in un giardino, di notte, con una palla nella tempia, e nella mano morta un taccuino con una frase che scrissi e pubblicai mesi fa […]. Così la vita insegna alla letteratura. Così una bottata ci ristorna [sic] addosso tinta di sangue tra le sciocche righe di un gazzettaio che non comprende.

 

Ardengo Soffici, Diario di bordo in «Lacerba», 15 novembre 1913