Maledetta consecutio temporum! Per poco non mi pigliava un infarto! e non certo per colpa dei miei ormai abituali cinque piani di scale a piedi di Niu Palas!
La mia relatrice scuote la testa, io perdo l’uso della parola. La consecutio temporum! E appena la nomina mi spavento: oddio, è in arrivo un temporale! Ma un volece sguardo oltre i vetri della finestra mi conferma la presenza del cielo azzurro su Torino, oltre che su Berlino! (ma capisco che questa colta citazione possa esser intesa da pochi appassionati). Oddio!, mi spavento ancor di più: la mia relatrice è una veggente e sa prevedere l’arrivo dei temporali!
Ormai bianca in volto, balbetto in silenzio, finché ogni benché minimo movimento labbrale si spegne alle parole: “come scadenza avevamo detto giugno, vero?”. “No”: mi dico. Ma lo dico solo a me. “No…” “no….” “noooooooooooooooooooooooooooooooooooo…”: un grido sempre più forte mi implode dentro.
“N-no… dicembre…”: riesco a dire, con un filo (non la mia casa editrice!) di voce.
La mia relatrice resta interdetta. Poi torna alla carica con la consecutio temporum, che dopo 24 anni, una tesina, quasi una tesi, cinque anni di università, cinque di liceo, tre di medie, cinque di elementare, un paio di scuola materna, tre o quattro di apprendimento domenstico, nove di gestazione nel ventre materno, scopro non essere una qualità del tempo atmosferico, ma significare la concordanza dei tempi verbali: cioè, per esempio, un vigile non può redigere due verbali contemporaneamente, ma essi (i verbali) devono essere scritti uno dopo l’altro. Ora mi è chiaro, bastava dirlo prima.
(PS: fine della storia: avrò sbagliato qualche concordanza verbale, è vero, ma in conclusione del discorso il coccolone – con relativo infarto – che la mia relatrice mi ha fatto prendere all’annuncio di simile imperdonabile errore si è rivelato infondato, dal momento che non sarà questo a impedirmi di laurearmi).
Pubblicato da lavocedizofia