Gennaio 23, 2008
Leopardi forse commenterebbe che è il momento migliore. Attendi. Almeno nell’attesa hai la speranza e il sogno di quel che sarà: immagini e ti raffiguri nel futuro e sai che qualcosa t’aspetta – mentre tu aspetti. A volte è davvero così. Il momento migliore è quando qualcosa sta per avvenire, non quando ci sei in mezzo. A volte, forse, la vita delude perché le più belle cose poi son tutte lì, quando le vivi, come diceva Calvino a proposito delle lucciole: quando le prendi in mano sono degli orrendi insettini.
Ma l’attesa è anche snervante. Il tentativo di dare un senso a qualcosa che si riempie da sola di se stessa. L’attesa significa l’attesa. Aspettare, per ogni ora che scocca, ripetere gli stessi movimenti, ricontrollare le stesse cose, ripassare mentalmente i propri progetti, aspettando qualcosa che arriva centellinata. E quando mi fermo per chiedermi cos’è che aspetto, mi accorgo che è il futuro che aspetto.
Aspetto che qualcuno muoia. Aspetto il momento di discutere la tesi. Aspetto di sapere se avrò un dottorato da affrontare o un’emigrazione alla cieca. Aspetto di partire.
E aspetto che giungano le piccole tappe intermedie. Le ultime notizie da chi sta morendo. La data in cui discuterò la tesi. L’ottenimenti dei venitmila documenti da presentare per la domanda di dottorato. Aspetto che qualcuno parta prima di me, perché so che dopo partirò anch’io.
Aspetto di capire cosa ne verrà, che sarà, che sarò, che saremo (e sì, anche che sarete e che saranno). Che sarai tu.
Man mano, qualcosa si definisce. Arriva una data, arriva un incontro, arriva un biglietto, arriva una notizia. Come fossero pennellate di un pittore. Sapendo, però, che il quadro non sarà mai completo. Finché la tela si rompe. Così va la vita.
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Gennaio 21, 2008
Siamo verso la fine. Faust è verso la fine. La traduzione che leggo io chiama Cura il personaggio che sta per parlare a Faust, ma voi pensate che si chiami Angoscia. Così lo comprenderete meglio e sentirete anche voi – forse – un piccolo peso dentro e delle catene invisibili che vi imprigionano.
LA CURA: “Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere: sulle strade, tra le onde, sono il compagno perpetuamente ansioso, mai ricercato, sempre trovato, maledetto a un tempo e blandito. [...]
Colui a cui un giorno ho preso l’anima più nulla gli gioverà il mondo intero; tenebre eterne caleranno su di lui; per lui non spunterà e non tramonterà più il sole; integri i suoi sensi, ma l’anima sarà abitata dalle tenebre; tesori intorno a lui, ma non riuscirà mai ad afferrarli; felicità e infelicità, solo fantasmi; morrà di fame in mezzo all’abbondanza; tanto le gioie che le pene le rimetterà a domani; sempre in attesa dell’avvenire, non compirà mai l’opera sua. [...]
Deve venire, deve andarsene? Non è più in grado di risolversi; sulla strada battuta barcolla, tenta dei mezzi passi; sempre più si smarrisce, vede le cose sempre più di traverso; di peso agli altri e a se stesso, cercando di ripigliar fiato e soffocando; e così resta non morto, ma non ben vivo, non disperato, ma non rassegnato. Così sballottato inesorabilmente tra una dolorosa rinuncia e un repellente dovere, tra liberazione ed oppressione, tra un mezzo sonno e un insufficiente ristoro, è inchiodato al suo posto e pregusta l’inferno.”
da Goethe, Faust, Einaudi, Torino 1965
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Gennaio 15, 2008
Giocare a calcetto sotto la pioggia è stato il momento più esaltante delle mie ultime grigie giornate torinesi (doppiamente grigie, direi: sia perché a Torino abbiamo la fortuna di questo splendido cielo grigio, sia perché io ho la fortuna di questo splendido grigiore nelle mie ore). Giocare sotto la pioggia è esaltante per due banali motivi. Il primo credo sia largamente condivisibile: ricorda molto da vicino certe puntate di Holly e Benji, esempio di vero calcio (secondo i giapu, ovvio, ma anche secondo me: la “catapulta infernale” è uno dei massimi esempi di gesti atletici in campo). Il secondo motivo credo sia più personale: non mi spettino più di tanto. Infatti, la pioggia bagna. E la pioggia, cadendo sui capelli, bagna codesti capelli. I capelli bagnati rimangono attaccati al capo, lì dove sono. Semmai, fanno molto “effetto gel” degno dei nostri calciatori di calcio, tutti leccati da una mucca prima di entrare in campo (ma anche prima di uscirci: credo che la mucca viva negli spogliatoi… ma non diciamolo al WWF).
L’unico problema della pioggia è quando hai i buchi alle scarpe, a tutte le scarpe che usi normalmente per camminare tutti i giorni. Ma per quello sto facendo un corso di nuoto.
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Gennaio 7, 2008
Da quando ho assaggiato per la prima volta il burro d’arachidi, direttamente prelevato dagli scaffali londinesi, molto dentro di me è cambiato. Innanzitutto, ho dovuto rivedere tutto il mio passato, tutti i miei anni trascorsi fino a quel momento ignorando il gusto del burro che si scioglie al calore della cavità orale mettendo in evidenza i pezzettini di arachidi scricchiolanti tra le due fila di denti; in quel preciso momento mi sono guardata allo specchio, mi sono aggiustata un po’ i capelli, e mi sono chiesta: cos’è stata la mia vita finora? che senso ha avuto? cos’è, dunque, vivere nell’ignoranza? cos’è vivere senza poter attendere il momento di picchiare il proprio fegato con il burro d’arachidi? e il mio corpo? come ha fatto a resistere finore? come ha tenuto i vari organi interni legati fra di loro, senza questo meraviglioso collante organico?
E’ stato un momento importante (un po’ come tutti i momenti allo specchio, ma questo un po’ più degli altri). Mi sono interrogata su me stessa, per capire chi ero e, soprattutto, cosa avrei voluto essere da quel momento in poi. Dopo aver spalmato uno strato di nutella sotto e, sopra, uno strato di burro d’arachidi, magari su una fetta di pandoro, ho deciso chi avrei voluto essere.
Mi sono impegnata al massimo per concludere nel migliore dei modi la mia tesi di laurea e, ora che sono giunta a questo punto, disoccupata e consolata solo dal burro d’arachidi a merenda, ho un solo, unico obbiettivo nella mia vita: ottenere un dottorato nel mondo anglosassone.
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Gennaio 6, 2008
Frasi da inizio anno:
- siamo solo all’inizio…
- non si capisce perché debba andar meglio quest’anno
- l’anno è ancora lungo. Ha tutto il tempo per peggiorare
- il calendario cambia, la merda rimane
- e come se non bastasse, ti devi ricordare che non siamo più nel 2007: basta scrivere ovunque 2007!
- un altro giorno così e me ne torno da dove sono venuta, cioè nel 2007! (non è che si stesse meglio, ma almeno ora so come prenderlo…)
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