Leopardi forse commenterebbe che è il momento migliore. Attendi. Almeno nell’attesa hai la speranza e il sogno di quel che sarà: immagini e ti raffiguri nel futuro e sai che qualcosa t’aspetta – mentre tu aspetti. A volte è davvero così. Il momento migliore è quando qualcosa sta per avvenire, non quando ci sei in mezzo. A volte, forse, la vita delude perché le più belle cose poi son tutte lì, quando le vivi, come diceva Calvino a proposito delle lucciole: quando le prendi in mano sono degli orrendi insettini.
Ma l’attesa è anche snervante. Il tentativo di dare un senso a qualcosa che si riempie da sola di se stessa. L’attesa significa l’attesa. Aspettare, per ogni ora che scocca, ripetere gli stessi movimenti, ricontrollare le stesse cose, ripassare mentalmente i propri progetti, aspettando qualcosa che arriva centellinata. E quando mi fermo per chiedermi cos’è che aspetto, mi accorgo che è il futuro che aspetto.
Aspetto che qualcuno muoia. Aspetto il momento di discutere la tesi. Aspetto di sapere se avrò un dottorato da affrontare o un’emigrazione alla cieca. Aspetto di partire.
E aspetto che giungano le piccole tappe intermedie. Le ultime notizie da chi sta morendo. La data in cui discuterò la tesi. L’ottenimenti dei venitmila documenti da presentare per la domanda di dottorato. Aspetto che qualcuno parta prima di me, perché so che dopo partirò anch’io.
Aspetto di capire cosa ne verrà, che sarà, che sarò, che saremo (e sì, anche che sarete e che saranno). Che sarai tu.
Man mano, qualcosa si definisce. Arriva una data, arriva un incontro, arriva un biglietto, arriva una notizia. Come fossero pennellate di un pittore. Sapendo, però, che il quadro non sarà mai completo. Finché la tela si rompe. Così va la vita.