Emigranti

Giugno 5, 2008

Dopo più di una settimana dal mio ritorno (per chi si collegasse in questo momento: tre mesi in Brasile) e a due mesi dalla mia GP (Grande Partenza: il dottorato negli USA), ancora vago per la mia adorata città natale, Torino, con l’aria di smarrimento e un senso di perenne stordimento che offusca i miei riflessi.

Andare in un supermercato, in queste condizioni, può rivelarsi un’intensa esperienza dello spirito, perché qualsiasi accadimento giunge alla propria coscienza con la patina della distanza e con i numerosi filtri della riflessione, dell’autoriflessione e della riflessione sulla riflessione, come se si stesse leggendo un libro e non camminando per strada. L’obbiettivo del supermercato è un’enorme valigia, tanto grande da poter contenere i vestiti estivi e invernali per la prossima emigrazione: il che vuol dire camminare in un posto pensandone un altro.

Uscita dalla spedizione al supermercato (obbiettivo individuato, fra poche ore sarà raggiunto, nel frattempo una pausa di riflessione) con mio padre per le mie solite arcinote strade del mio quartiere abbiamo incontrato una signora qualunque. Che mio padre ha salutato. Dal qual gesto, io, con i miei tempi di reazione, ho intuito non essere una “signora qualunque”, ma una persona legata da qualche grado di parentela con noi; per dirla altrimenti: l’ennesima Santina della famiglia. Se mai l’ho vista in vita mai (come di sicuro sarà accaduto), la sua immagine non faceva più parte dei file malamente riposti nel mio cervello.

Dopo il saluto di avvenuto riconoscimento (naturalmente non da parte mia), è seguita una di quelle generiche conversazioni alle quali, se voglio tornare di tanto in tanto tra i miei parenti, non devo perdere l’abitudine, se no finisco ogni volta, come oggi, ad osservarle come fossero fenomeno da  antropologia, se non etnologia. (Ma mai, purtroppo, archeologia). “Siamo qui”; “vado a prendere a scuola mia nipote, facciamo qualche passo”; “sì, mia figlia abita sempre qui”; “ci vediamo, tanto siamo sempre in zona, ci si incontra”… e gli Stati Uniti d’America sembrano così lontani…

Dopo i saluti di congedo, ho appurato che l’ennesima Santina è addirittura cugina di primo grado di mio padre! e io che pensavo a un secondo o terzo! tsè! Ecco la colonia siciliana a Torino. Emigrati 50 anni fa, ancora forti del loro accento siciliano, ma così dentro a quella che era la loro America. Il pensiero mi fa impressione. Ora parto io, ma con la promessa di non ritrovarmi dopo 50 anni al solito posto, nelle solite strade, “a fare un giro”, “due passi”, “il solito tran tran”, “l’importante è la salute”, “tante care cose”.

E pensare che qualcuno in Sicilia ci è rimasto.

Ok, qualcuno, un secolo fa, è anche andato negli Stati Uniti. Due anni fa ho scoperto di avere lontani parenti (questi, sì, davvero lontani) a Philadelphia. Qualcosa come uno zio di mio nonno che emigrò. E credo che nessuno lo rivide mai più, perché all’epoca quando si partiva era un addio e il pensiero mi commuove tanto che cerco di cacciarlo via dalla mia testa, se no mi metto a piangere per il destino di gente che non ho mai conosciuto. Vennero a trovare i familiari italiani quasi due anni fa (ma io non ero in Italia e non li ho mai incontrati), contattando un lontano cugino prete di Roma – così ho scoperto anche la sua esistenza.

Gente che va, gente che viene, siamo tutti lontani parenti. E io, che mi sento sempre meno di qualche luogo e sempre più di tanti luoghi che porto dentro, rincorro antichi sogni e viaggio un po’ pensierosa per le strade del mio quartiere come per il mondo.

(A questo punto dovrei dire “tutto il mondo è il mio quartiere”, ma lo scrivo solo qui tra parentesi, così è un po’ come se non lo avessi fatto, vero?)


Questione di tempi e luoghi

Giugno 4, 2008

Accetto, preferisco e concepisco di più trovare 35 °C in quello che dovrebbe essere un autunno inoltrato a Rio de Janeiro, piuttosto che trovare 17 gradi e pioggia continua in quella che dovrebbe essere la quasi estate torinese.

Direi che questo è il mio massimo pensiero di questa sera.


Abitudini

Giugno 1, 2008

Ero convinta che le vecchie abitudini non si perdano mai. Voglio dire, anche se vivi tre mesi in un altro paese, tornando a casa non ti dovrai ri-abituare a ciò che una volta ti era familiare, perché in ogni caso, anche nella lontananza, ha sempre continuato a esserlo.

Vivendo a San Paolo (del Brasile) in un primo tempo ho avuto il dubbio che Torino al mio ritorno mi sarebbe sembrata una cittadina tranquilla e a misura d’uomo, un paesino allargato. D’altra parte, il confronto è fra una città con nemmeno un milione di abitanti, costruita in maniera logica e razionalmente a scacchi, contro una megalopoli di quasi 20 milioni di esseri per lo più nevrotici, costruita senza senso e criterio e, peggio di tutto, senza l’uso della dinamite a spianare le collinette.

Dopo un intervallo di quindici minuti di riflessione, sono giunta in un secondo tempo a credere che in ogni caso, tornando in patria sabauda, avrei rivisto Torino con gli occhi di sempre: non sarebbe diventata improvvisamente più piccola e pacata, più a misura d’uomo, più gioiosa, addirittura meno grigia. No, sarebbe stata quella che nei miei 25 anni di vita ho sempre creduto fosse.

A fine partita, dopo aver dormito un paio di notti di nuovo a casa, il risultato delle mie riflessioni è un pari. Non è vera la prima affermazione, ma nemmeno la seconda. Ieri camminavo con estrema facilità: mi sono resa conto, dopo qualche passo, che sotto i miei piedi mancavano i marciapiedi sconnessi di San Paolo, la cinquantina di gradini di scale (non ho mai osato contarli con precisione) che ogni giorno, appena uscita di casa, dovevo affrontare, le infinite salite con una pendenza da “gran premio della montagna” (voglio la maglia a puà!), con relative discese da slalom (persone da fare i paletti ce n’erano sempre in abbondanza). Oggi, va bene, è domenica. Ma non mi ricordavo la mia città così deserta. Anche San Paolo di domenica, per fortuna, era deserta, ma non così.

Risultato: Torino non è diventata un’altra città ai miei occhi. Ma i miei occhi sono diventati un po’ diversi…