Siamo verso la fine. Faust è verso la fine. La traduzione che leggo io chiama Cura il personaggio che sta per parlare a Faust, ma voi pensate che si chiami Angoscia. Così lo comprenderete meglio e sentirete anche voi – forse – un piccolo peso dentro e delle catene invisibili che vi imprigionano.
LA CURA: “Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere: sulle strade, tra le onde, sono il compagno perpetuamente ansioso, mai ricercato, sempre trovato, maledetto a un tempo e blandito. [...]
Colui a cui un giorno ho preso l’anima più nulla gli gioverà il mondo intero; tenebre eterne caleranno su di lui; per lui non spunterà e non tramonterà più il sole; integri i suoi sensi, ma l’anima sarà abitata dalle tenebre; tesori intorno a lui, ma non riuscirà mai ad afferrarli; felicità e infelicità, solo fantasmi; morrà di fame in mezzo all’abbondanza; tanto le gioie che le pene le rimetterà a domani; sempre in attesa dell’avvenire, non compirà mai l’opera sua. [...]
Deve venire, deve andarsene? Non è più in grado di risolversi; sulla strada battuta barcolla, tenta dei mezzi passi; sempre più si smarrisce, vede le cose sempre più di traverso; di peso agli altri e a se stesso, cercando di ripigliar fiato e soffocando; e così resta non morto, ma non ben vivo, non disperato, ma non rassegnato. Così sballottato inesorabilmente tra una dolorosa rinuncia e un repellente dovere, tra liberazione ed oppressione, tra un mezzo sonno e un insufficiente ristoro, è inchiodato al suo posto e pregusta l’inferno.”
da Goethe, Faust, Einaudi, Torino 1965
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