Tifo italiano

Maggio 5, 2008

Il Palmeiras ha vinto il campionato dello stato di San Paolo, pare battendo il San Paolo. Siamo molto contenti, dal momento che il Palmeiras e’ la squadra fondata dagli immigranti italiani nel ‘14. Naturalmente all’inizio si chiamava Palestra Italia, ma quando il Brasile entro’ nella Seconda Guerra Mondiale al fianco degli alleati il nome venne cambiato in un piu’ prudente Palmeiras.

Dunque bandiere bianco verdi per le strade, petardi e clacson. Come essere a Milano se oggi l’Inter avesse vinto lo scudetto. Ma naturalmente non e’ successo.

In realta’, la nostra vera sqaudra da espatriati e’ in Argentina (poteva essere altrimenti? in Argentina e’ tutto piu’ bello). Anzi, le nostre squadre. Innanzitutto il Boca Junior, squadra fondata a Buenos Aires da immigrati genovesi nel quartiere (genovese) del Boca. E poi c’e’ il San Lorenzo de Almagro, del quartiere Almagro della capitale argentina, dove era collocato il nostro ostello; la stessa squadra del nostro “abuelo“: il buon cameriere brizzolato che ci serviva al buon ristorante (nominalmente gaelico) vicino all’ostello.

Giusto per avere qualche punto di riferimento all’estero…


Sotto la pioggia

Gennaio 15, 2008

Giocare a calcetto sotto la pioggia è stato il momento più esaltante delle mie ultime grigie giornate torinesi (doppiamente grigie, direi: sia perché a Torino abbiamo la fortuna di questo splendido cielo grigio, sia perché io ho la fortuna di questo splendido grigiore nelle mie ore). Giocare sotto la pioggia è esaltante per due banali motivi. Il primo credo sia largamente condivisibile: ricorda molto da vicino certe puntate di Holly e Benji, esempio di vero calcio (secondo i giapu, ovvio, ma anche secondo me: la “catapulta infernale” è uno dei massimi esempi di gesti atletici in campo). Il secondo motivo credo sia più personale: non mi spettino più di tanto. Infatti, la pioggia bagna. E la pioggia, cadendo sui capelli, bagna codesti capelli. I capelli bagnati rimangono attaccati al capo, lì dove sono. Semmai, fanno molto “effetto gel” degno dei nostri calciatori di calcio, tutti leccati da una mucca prima di entrare in campo (ma anche prima di uscirci: credo che la mucca viva negli spogliatoi… ma non diciamolo al WWF).

L’unico problema della pioggia è quando hai i buchi alle scarpe, a tutte le scarpe che usi normalmente per camminare tutti i giorni. Ma per quello sto facendo un corso di nuoto.


Il chiodo

Dicembre 4, 2007

Quest’anno ci ho creduto veramente: appendere il kimono al chiodo, dopo otto anni, forse nove. Ci avevo provato l’anno scorso, ma dopo pochi mesi, nonostante avessi già intrapreso la mia carriera di calciatrice, ho desistito e sono tornata a calpestare il tatami. Quest’anno, oltre la calcetto, che comprende un allenamento e una partita, ho preso un’altra grave decisione: aggiungere una lezione settimanale di piscina. Per imparare a nuotare, scoprendo, nonostante l’evidente terrore nei miei occhi, che in fondo in fondo il copro umano (anche il mio) può galleggiare, anzi, galleggia davvero.

Eppure, nemmeno questa volta è andata bene: oggi ho staccato il kimono dal chiodo (metaforicamente, in realtà l’ho solo tolto dalla borsa) e sono tornata a indossarlo. Per una volta a settimana. Il primo commento è: ci risiamo. Infatti, ci risono. Non proprio come prima, ma ho ancora il kimono addosso (sempre metaforicamente: a casa di solito non viaggio indossando un kimono, ma delle più pratiche sgualfe tute).

Ora mi chiedo: quante cose ho staccato da quel chiodo? e quante ne ho appese?

E la risposta è naturale: non lo so, ma chissenefrega! che domanda è? sono abbastanza stanca per potermi domandare: quando vado a dormire? e rispondermi: presto. E basta. Posso anche chiedermi: a che ora mi alzerò domani mattina. E rispondermi: il più tardi possibile, ovvio. E ribattere: ma tardi quanto? E dirmi: non lo so, ma sarà sempre troppo presto. E… e via dicendo… o via col vento… che domani sarà un altro giorno.

(PS: e il prossimo commento sarà il numero 100!)


Terza partita

Novembre 16, 2007

Continuo a ripeterlo: l’importante è divertirsi.


La ribellione internazionale

Novembre 5, 2007

Dunque, dove fummo rimasti? ah, sì: cosa c’è di peggio dell’essere una donna calciatrice? essere una tifosa di calcio e tenere per l’altra squadra. Dal momento che sono nata e vivo nella Capitale sabauda, l’altra squadra è una qualsiasi squadra che non sia una delle due torinesi.

Nel tempo che ormai si perde nella mia memoria così labile, all’epoca ch’io mi ritrovai a frequentare la scuola elementare, ricordo vagamente come fingessi di essere juventina pur di integrarmi tra i compagni di scuola (s’intende: i compagni maschi, quelli con cui poi, scesi in cortile durante la mezz’ora di intervallo, giocavo a calcio con la palla di carta e scotch). Col tempo, però, il mio senso di ribellione e insofferenza verso il mondo è andato velocemente maturando, fino a ostentare con orgoglio la mia diversità calcistica: contro tutti i compagni (ecco la mia vena anarchica al confronto con il comunismo), mi dichiaravo dell’Internazionale (squadra duramente osteggiata dai miei compagni). E’ ovvio che se qualche d’uno parteggiava per una squadra extra-torinese, questa fosse il Milan: così, in ogni caso, mi sono sempre ritrovata contro.

Da allora, ho combattuto molto per difendere la mia diversità, in una città di infognati juventini dove la caccia alle streghe è stata sostituita dalla caccia all’interista, dove le lotte operai sono ormai sopite e dimenticate, il capitalismo ha trionfato e i compagni si sono imborghesiti. Al liceo mi tiravano addosso le palle di neve (ah, quando nevicava!) perché indossavo la sciarpa della mia squadra e il lunedì mattina mi difendevo dagli attacchi degli ex-compagni.

Poi è andata come è andata. Le illusioni deluse, le speranze tradite, le conquiste a prezzo di aspre lotte smantellate a poco a poco: e oggi il precariato, lo stato sociale disperso, l’indifferenza, il qualunquismo, calciopoli. Ho mantenuto l’attaccamento alla mia squadra, ma con disinteresse e disinformazione. A stento riconosco ancora qualche vecchia icona, che presto, so già, svanirà come le altre illusioni.

E se ora scrivo è perché ieri mi sono ritrovata in una bettola torinese (non era una bettola, ma ho finto fino all’ultimo che lo fosse) a guardare l’ennesima Juve-Inter, dovendo affogare l’esultanza e la delusione dentro di me, nel mio silenzio, circondata dal più bieco razzismo calcistico rivolto a gente come me. Così, ostentando contegno e superiorità, ho ripensato ai bei tempi, ai tempi in cui si credeva in qualcosa, ai tempi dei compagni e dell’anarchia. Con ancora addosso l’orgoglio della propria differenza, del sentirsi soli contro tutti, come una ragazza che pratica il giuoco del pallone.


Prima di campionato

Novembre 1, 2007

La prima di campionato è stata inequivocabilmente dura. Un derby difficile, per una squadra giovane e ancora da farsi, che mostra tutte le sue debolezze tanto in fase di copertura quanto sotto la porta. Ma nell’intervallo funziona bene: è sicuramente da lì che bisogna ripartire. Da quelle pacche di incoraggiamento sulla spalla, da quel cercarsi degli sguardi smarriti, dai sorrisi nonostante tutto. Da quel “speriamo che il portiere pari”.

L’inverno è rigido. (Non è vero, ma è patetico dirlo – e questa è una cronaca a tratti patetica). Il fiato, che scarseggia, si rannuvola appena uscito dalla bocca. Le Nostre scendono in campo con la nuova divisa invernale: la maglia fa effetto pigiama per le più piccole, i pantaloncini sembrano essere sempre più corti, anche nell’inverno, ripeto, rigido di Grugliasco.

Ah!, Grugliasco! Con i suoi grandi centri commerciali e i campi aperti avvolti nella nebbia! Grugliasco! Con la facoltà di agraria e veterinaria e di accoglierci ogni giorno nelle tue strade strette tra Torino e Collegno! Grugliasco!, con la casa dei miei zii! Oh, Grugliasco, il tuo inverno rigido (già detto?), le tue nebbie, il mio campo da giuoco, il Borgo San Remo! Ah! Grugliasco!

E sotto il cielo stellato di Grugliasco, le Nostre sono scese in campo. Diverse importanti deficienze tra le fila: non che ci siano giocatrici sceme, ma deficienze nel senso di “mancanze”. Innanzitutto, l’estro della brasiliana, persa ormai da mesi tra il Brasile e la Liguria, e data per costantemente al mare; per correre sulla spiaggia e guadagnare una perfetta forma fisica – noi ne siam certi. Un infortunio nell’allenamento del giorno prima ha costretto un nuovo inserimento, giovanissima della primavera, alla tribuna (cioè, alla panchina fuori dal campo). Scende dunque in campo la collezione estate-autunno. E sarà proprio un elemento dell’autunno-inverno a fatturare un pregevole gol nel secondo tempo. La stessa, ancora in campo ed esultante, dichiarerà: “non so nemmeno io come ho fatto”. Ovviamente si tratta di colpi unici e irripetibili.

Da parte mia, schierata nel secondo tempo a pilastro della difesa – dopo un primo giocato sulla fascia destra -, segnalo un palo durante una delle mie incursioni in aria avversaria. Un palo che vale un gol, ovviamente, nonostante il parere contrario dell’arbitro. Ma, parafrasando un saggio del campo (è proprio il caso di dire “del campo”), “gol è quando arbitro fischia”. Ma quando l’arbitro fischia, il più delle volte il gol è per le altre. O per i nostri falli, i fatidici 4 secondi mai rispettati per mettere la palla in giuoco.

Il risultato finale? Ma noi giochiamo per divertirci!


Vigilia di campionato

Ottobre 31, 2007

Scrivo la tesi per la laurea magistrale e mi dedico al mio libro (cioè lo guardo e gli faccio le boccacce) nei ritagli di tempo che mi lascia la mia principale occupazione: il giuco del calcetto, naturalmente.

Le prime volte che raccontavo di essere stanca perchè reduce dal calcetto della sera prima, le persone solitamente mi guardavano strano. E più insistevo sull’argomento, più esse inclinavano il volto per cercare di captare qualche segnale di normalità cambiando prospettiva della visuale, finché, al colmo dell’imbarazzo (loro) per le mie affermazioni, mi chiedevano esplicitamente: “ma scusa, ti stanchi così tanto a giocare a calcetto???”. Da allora ho iniziato a specificare che giuoco a “calcio a 5″, non al calcio balilla…

A questo punto, specificata la mia principale attività nella vita, in questi tempi di stanco femminismo dovrei passare a descrivere le difficoltà che una donna incontra decidendo di giocare a calcetto, ma se credete che io non lo faccia vi sbagliate di grosso. Essere una ragazza (stavolta ripongo il mio altisonante “donna”) che gioca a calcetto vuol dire:

- dover giocare (al di fuori della propria squadra) quasi sempre con i maschi;

- dover sperare che i ragazzi abbiano quel poco di cervello sufficiente a capire che la presenza di una ragazza non è da evitare/deridere/ignorare e dunque che le si può tranquillamente passare la palla senza far finta di avere i paraocchi agli occhi (e i paraorecchi alle orecchie);

- dover sopportare i sorrisini compiacenti dei ragazzi che ti guardano giocare come si guarda un criceto compiere acrobazie nella sua gabbietta;

- dover far finta di non sentire le battutine mollate dai ragazzi non troppo intelligenti sul gioco delle ragazze;

- dover trattenere la rabbia nei confronti della sifficienza e leggerezza dei ragazzi, la maggior parte dei quali si credono superiori;

- dover contrastare l’incredulità di chi viene a sapere che tu ragazza giochi a calcetto;

- finire sempre col cambiarsi fuori dagli spogliatoi, perché i ragazzi occupano entrambi gli spogliatoi disponibili ignorando che tra loro ci sia anche una ragazza sudata…

- combattere lo stato di cose per cui se le ragazze guardano i ragazzi giocare è perché sono delle mezze ciofeche incapaci che starnazzano dietro l’altro sesso o dichiarano giulivamente di non capirne nulla di calcio, mentre se i ragazzi guardano le ragazze giocare è per prenderle in giro o commentare sul piano sessuale;

- …

Insomma, una storia di stenti e difficoltà. Ma io non mi faccio intimorire e persevero per raggiungere il mio obbiettivo: andare a giocare in Brasile, dove, pare, il campionato di calcio femminile sia professionista. D’altra parte, Tsubasa, ancora gagnetto lattante, ma soprattutto giapponese!, è andato a giocare in Brasile: perché io, donna italiana, non dovrei? solo perché lui era un cartone animato e io no?