Scrivo la tesi per la laurea magistrale e mi dedico al mio libro (cioè lo guardo e gli faccio le boccacce) nei ritagli di tempo che mi lascia la mia principale occupazione: il giuco del calcetto, naturalmente.
Le prime volte che raccontavo di essere stanca perchè reduce dal calcetto della sera prima, le persone solitamente mi guardavano strano. E più insistevo sull’argomento, più esse inclinavano il volto per cercare di captare qualche segnale di normalità cambiando prospettiva della visuale, finché, al colmo dell’imbarazzo (loro) per le mie affermazioni, mi chiedevano esplicitamente: “ma scusa, ti stanchi così tanto a giocare a calcetto???”. Da allora ho iniziato a specificare che giuoco a “calcio a 5″, non al calcio balilla…
A questo punto, specificata la mia principale attività nella vita, in questi tempi di stanco femminismo dovrei passare a descrivere le difficoltà che una donna incontra decidendo di giocare a calcetto, ma se credete che io non lo faccia vi sbagliate di grosso. Essere una ragazza (stavolta ripongo il mio altisonante “donna”) che gioca a calcetto vuol dire:
- dover giocare (al di fuori della propria squadra) quasi sempre con i maschi;
- dover sperare che i ragazzi abbiano quel poco di cervello sufficiente a capire che la presenza di una ragazza non è da evitare/deridere/ignorare e dunque che le si può tranquillamente passare la palla senza far finta di avere i paraocchi agli occhi (e i paraorecchi alle orecchie);
- dover sopportare i sorrisini compiacenti dei ragazzi che ti guardano giocare come si guarda un criceto compiere acrobazie nella sua gabbietta;
- dover far finta di non sentire le battutine mollate dai ragazzi non troppo intelligenti sul gioco delle ragazze;
- dover trattenere la rabbia nei confronti della sifficienza e leggerezza dei ragazzi, la maggior parte dei quali si credono superiori;
- dover contrastare l’incredulità di chi viene a sapere che tu ragazza giochi a calcetto;
- finire sempre col cambiarsi fuori dagli spogliatoi, perché i ragazzi occupano entrambi gli spogliatoi disponibili ignorando che tra loro ci sia anche una ragazza sudata…
- combattere lo stato di cose per cui se le ragazze guardano i ragazzi giocare è perché sono delle mezze ciofeche incapaci che starnazzano dietro l’altro sesso o dichiarano giulivamente di non capirne nulla di calcio, mentre se i ragazzi guardano le ragazze giocare è per prenderle in giro o commentare sul piano sessuale;
- …
Insomma, una storia di stenti e difficoltà. Ma io non mi faccio intimorire e persevero per raggiungere il mio obbiettivo: andare a giocare in Brasile, dove, pare, il campionato di calcio femminile sia professionista. D’altra parte, Tsubasa, ancora gagnetto lattante, ma soprattutto giapponese!, è andato a giocare in Brasile: perché io, donna italiana, non dovrei? solo perché lui era un cartone animato e io no?