San Paolo del Brasile

Aprile 11, 2008

D’ora in avanti quando sentiro’ parlare di citta’ brutta pensero’ a San Paolo del Brasile. San Paolo (del Brasile) e’ il prototipo di una citta’ brutta e io mi trovo a San Paolo (del Brasile), partita piu’ di un mese fa dal quartiere San Paolo di Torino. A San Paolo di Torino c’era (e c’e’ tutt’ora, immagino) la mia casa, la mamma, il papa’, il fratello, la bicicletta, il pullman comodo per andare all’universita’, la panetteria di fronte (in vendita), i vicini di casa (ora uno in meno: cose della vita che uno non pensa mai debbano davvero accadere). A San Paolo del Brasile ci sono: brasiliani antipatici, sgorbutici e sospettosi; grattacieli orribili e minacciosi; strade o in salita o in discesa (proprieta’ reversibili a seconda della direzione); taxisti furbacchioni che cercano sempre di guadagnare qualche reais in piu’ sul tragitto; traffico congestionato e aria inquinata; cani puzzolenti e aggressivi dietro i cancelli con cui i paulistani benestanti cercano di tenere lontani i menobenestanti; mezzi pubblici costosi e inefficienti; e infine le conseguenze di tutti questi particolari: sporco, ruomore, insicurezza, ore e ore di attesa, diffidenza, estraneita’.

Vivendo a San Paolo mi e’ capitato di rivalutare molti aspetti dell’Italia, che non siano semplicemente gli affetti e il buon cibo. Se questo accade e’ perche’ qualcosa che non va c’e’ davvero (non in Italia, ovviamente, dove questa realta’ e’ assodata e le prossime elezioni ne sono l’ennesima prova). San Paolo non ha nemmeno quell’unico vantaggio tanto auspicato che avrebbe migliorato la mia qualita’ di vita: la convenienza economica. I prezzi sono naturalmente piu’ bassi rispetto all’Italia, ma non di quel tanto da farti sentire ricco, come a Buenos Aires. Sono stata nella capitale argentina un paio di settimane fa e sono tornata con una percezione ancora peggiore di San Paolo. Ma Baires e’ un’altra storia.

Da qualche mese non aggiornavo piu il mio blog. Mi sono laureata, sono partita per il Brasile, ho vinto un dottoato negli Stati Uniti, tornero’ a Torino nei primi di giugno e all’inizio di agosto ripartiro’ per la volta del Connecticut. Attualmente non ho un paese ne’ una casa, ma ricordi e speranze.


L’attesa

Gennaio 23, 2008

Leopardi forse commenterebbe che è il momento migliore. Attendi. Almeno nell’attesa hai la speranza e il sogno di quel che sarà: immagini e ti raffiguri nel futuro e sai che qualcosa t’aspetta – mentre tu aspetti. A volte è davvero così. Il momento migliore è quando qualcosa sta per avvenire, non quando ci sei in mezzo. A volte, forse, la vita delude perché le più belle cose poi son tutte lì, quando le vivi, come diceva Calvino a proposito delle lucciole: quando le prendi in mano sono degli orrendi insettini.

Ma l’attesa è anche snervante. Il tentativo di dare un senso a qualcosa che si riempie da sola di se stessa. L’attesa significa l’attesa. Aspettare, per ogni ora che scocca, ripetere gli stessi movimenti, ricontrollare le stesse cose, ripassare mentalmente i propri progetti, aspettando qualcosa che arriva centellinata. E quando mi fermo per chiedermi cos’è che aspetto, mi accorgo che è il futuro che aspetto.

Aspetto che qualcuno muoia. Aspetto il momento di discutere la tesi. Aspetto di sapere se avrò un dottorato da affrontare o un’emigrazione alla cieca. Aspetto di partire.

E aspetto che giungano le piccole tappe intermedie. Le ultime notizie da chi sta morendo. La data in cui discuterò la tesi. L’ottenimenti dei venitmila documenti da presentare per la domanda di dottorato. Aspetto che qualcuno parta prima di me, perché so che dopo partirò anch’io.

Aspetto di capire cosa ne verrà, che sarà, che sarò, che saremo (e sì, anche che sarete e che saranno). Che sarai tu.

Man mano, qualcosa si definisce. Arriva una data, arriva un incontro, arriva un biglietto, arriva una notizia. Come fossero pennellate di un pittore. Sapendo, però, che il quadro non sarà mai completo. Finché la tela si rompe. Così va la vita.


L’angoscia

Gennaio 21, 2008

Siamo verso la fine. Faust è verso la fine. La traduzione che leggo io chiama Cura il personaggio che sta per parlare a Faust, ma voi pensate che si chiami Angoscia. Così lo comprenderete meglio e sentirete anche voi – forse – un piccolo peso dentro e delle catene invisibili che vi imprigionano.

 

 

LA CURA: “Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere: sulle strade, tra le onde, sono il compagno perpetuamente ansioso, mai ricercato, sempre trovato, maledetto a un tempo e blandito. [...]

Colui a cui un giorno ho preso l’anima più nulla gli gioverà il mondo intero; tenebre eterne caleranno su di lui; per lui non spunterà e non tramonterà più il sole; integri i suoi sensi, ma l’anima sarà abitata dalle tenebre; tesori intorno a lui, ma non riuscirà mai ad afferrarli; felicità e infelicità, solo fantasmi; morrà di fame in mezzo all’abbondanza; tanto le gioie che le pene le rimetterà a domani; sempre in attesa dell’avvenire, non compirà mai l’opera sua. [...]

Deve venire, deve andarsene? Non è più in grado di risolversi; sulla strada battuta barcolla, tenta dei mezzi passi; sempre più si smarrisce, vede le cose sempre più di traverso; di peso agli altri e a se stesso, cercando di ripigliar fiato e soffocando; e così resta non morto, ma non ben vivo, non disperato, ma non rassegnato. Così sballottato inesorabilmente tra una dolorosa rinuncia e un repellente dovere, tra liberazione ed oppressione, tra un mezzo sonno e un insufficiente ristoro, è inchiodato al suo posto e pregusta l’inferno.”

 

da Goethe, Faust, Einaudi, Torino 1965


Sotto la pioggia

Gennaio 15, 2008

Giocare a calcetto sotto la pioggia è stato il momento più esaltante delle mie ultime grigie giornate torinesi (doppiamente grigie, direi: sia perché a Torino abbiamo la fortuna di questo splendido cielo grigio, sia perché io ho la fortuna di questo splendido grigiore nelle mie ore). Giocare sotto la pioggia è esaltante per due banali motivi. Il primo credo sia largamente condivisibile: ricorda molto da vicino certe puntate di Holly e Benji, esempio di vero calcio (secondo i giapu, ovvio, ma anche secondo me: la “catapulta infernale” è uno dei massimi esempi di gesti atletici in campo). Il secondo motivo credo sia più personale: non mi spettino più di tanto. Infatti, la pioggia bagna. E la pioggia, cadendo sui capelli, bagna codesti capelli. I capelli bagnati rimangono attaccati al capo, lì dove sono. Semmai, fanno molto “effetto gel” degno dei nostri calciatori di calcio, tutti leccati da una mucca prima di entrare in campo (ma anche prima di uscirci: credo che la mucca viva negli spogliatoi… ma non diciamolo al WWF).

L’unico problema della pioggia è quando hai i buchi alle scarpe, a tutte le scarpe che usi normalmente per camminare tutti i giorni. Ma per quello sto facendo un corso di nuoto.


Il burro d’arachidi: una scelta di vita

Gennaio 7, 2008

Da quando ho assaggiato per la prima volta il burro d’arachidi, direttamente prelevato dagli scaffali londinesi, molto dentro di me è cambiato. Innanzitutto, ho dovuto rivedere tutto il mio passato, tutti i miei anni trascorsi fino a quel momento ignorando il gusto del burro che si scioglie al calore della cavità orale mettendo in evidenza i pezzettini di arachidi scricchiolanti tra le due fila di denti; in quel preciso momento mi sono guardata allo specchio, mi sono aggiustata un po’ i capelli, e mi sono chiesta: cos’è stata la mia vita finora? che senso ha avuto? cos’è, dunque, vivere nell’ignoranza? cos’è vivere senza poter attendere il momento di picchiare il proprio fegato con il burro d’arachidi? e il mio corpo? come ha fatto a resistere finore? come ha tenuto i vari organi interni legati fra di loro, senza questo meraviglioso collante organico?

E’ stato un momento importante (un po’ come tutti i momenti allo specchio, ma questo un po’ più degli altri). Mi sono interrogata su me stessa, per capire chi ero e, soprattutto, cosa avrei voluto essere da quel momento in poi. Dopo aver spalmato uno strato di nutella sotto e, sopra, uno strato di burro d’arachidi, magari su una fetta di pandoro, ho deciso chi avrei voluto essere.

Mi sono impegnata al massimo per concludere nel migliore dei modi la mia tesi di laurea e, ora che sono giunta a questo punto, disoccupata e consolata solo dal burro d’arachidi a merenda, ho un solo, unico obbiettivo nella mia vita: ottenere un dottorato nel mondo anglosassone.


Siamo solo all’inizio…

Gennaio 6, 2008

Frasi da inizio anno:

- siamo solo all’inizio…

- non si capisce perché debba andar meglio quest’anno

- l’anno è ancora lungo. Ha tutto il tempo per peggiorare

- il calendario cambia, la merda rimane

- e come se non bastasse, ti devi ricordare che non siamo più nel 2007: basta scrivere ovunque 2007!

- un altro giorno così e me ne torno da dove sono venuta, cioè nel 2007! (non è che si stesse meglio, ma almeno ora so come prenderlo…)


Ogni anno, ma peggio

Dicembre 24, 2007

Il mio malumore in questo periodo è puntuale come il Natale, o come la Pasqua che quasi a farlo apposta cade sempre di domenica (e ci mette un po’ a rialzarsi). Credo che esista una correlazione solo ipotizzabile ma difficilmente verificabile tra l’entusiasmo generale e il mio umore: naturalmente, si tratta di una rapporto inversamente proporzionale.

Da quando sono finiti i bei (o ignavi) tempi in cui attendevo trepidante il Natale, sussurrando a mio fratello “non ci posso credere che sia già arrivato”, ogni anno è diventato la copia peggiore del precedente. Magari non è vero, forse quest’anno è stato meglio del passato, ma ormai ho una tradizione da rispettare e celebrare, perciò ogni mio Natale per me sarà sempre peggiore, con il malumore crescente a vista d’occhio di dinosauro. Il culmine (positivo) è raggiunto dallo scambio di doni, un piccolo infantile brivido che per un attimo mi fa pensare: ” per fortuna anche quest’anno ci sono arrivata”. Scartati i regali, che sono al solito libri e oggetti “utili” (va per la maggiore la biancheria intima, by mia madre), inizia la fase discendente, anzi, precipitante. Finisce che vado a letto odiando il mondo. La novità? è che lo odio più del solito…

Una volta ricevevo giochi in regalo, così il giorno dopo era una festa: andavo a letto non vedendo l’ora di svegliarmi l’indomani per giocare con mio fratello. E siccome non vedevo l’ora, all’alba ero già in piedi a rompere le scatole ai miei insieme al mio compare di sangue, che poi col tempo ho perso per strada (già, un’altra storia triste). Oggi, mi viene solo l’ansia al pensiero che vorrei leggere subito tutti i libri che ho, ma fisiologicamente non ce la faccio. Dunque inizio a star male al pensiero che dovrei o vorrei leggere di più e non riesco, alla mia ignoranza che, come già qualcuno notava, aumenta con la conoscenza; da cui seguono un sacco di paranoie che evito di elencare. Non perché sia Natale, semplicemente perché non mi va.

Al culmine di tutto, ci sono gli auguri. Non i semplici “buon Natale”, che ancora ancora si possono digerire (anche se difficilmente, dopo i pranzi e le cene di mio padre, ma di solito faccio attenzione a mantenere un posticino vuoto nello stomaco), ma quegli annunci spettacolari che augurano “tanta felicità” e “tante cose belle” e via di questo passo, come se un po’ di sana depressione non fosse altrettanto auspicabile, un po’ di malinconia e tristezza non rendesse più appetitosa la vita; come se dovesse essere sempre tutto rosa e fiori e dal passato non si sia mai imparato che son solo cavolate e cavolfiorate.

E ogni anno è così, solo peggio. Tutto ciò per equilibrare con un po’ di pessimismo e nerismo  la tanta “gioia” del Natale sparata ai quattro venti dai quattro angoli della Terra. La quale, pensa un po’, è sferica.


Il Baudelaire di Sartre 2

Dicembre 18, 2007

La legge della solitudine potrebb’essere espressa così: nessun uomo può scaricarsi su altri uomini dell’impegno di giustificar la propria esistenza.

 

Gian Paolo Sartre, Baudelaire, cit.


Tema libero: nevica

Dicembre 17, 2007

Sabato scorso sono andata in montagna, in un paese che si chiama Oulx, anche se tanto tempo fa lo avevano chiamato “Ulzio”, quindi oggi, anche se non si chiama più così, qualcuno ancora lo chiama così, tipo io che mi viene più facile da dire e scrivere.

Sono andata con M., che guidava, mentre io ero seduta nel posto vicino a quello del guidatore, perché non guidavo, e se mi fossi seduta nel posto del guidatore c’era già M., perciò non ci saremmo stati, o forse sì, ma lui non sarebbe riuscito a guidare. Allora, io mi sono seduta di fianco, con il portafoglio nel portaoggetti sotto il cruscotto per pagare l’autostrada, che costa molto cara. Poi ho dimenticato per un giorno intero il portafoglio in auto, ma nessuno se n’è accorto, invece se fossimo stati a Torino, tutti se ne sarebbero accorti e a quest’ora M. avrebbe avuto l’auto con un finestrino rotto, ma siccome fa freddo e nevica non è bello.

Mi sono accorta di aver scordato il portafoglio in auto perché poi siamo usciti a fare una passeggiata, domenica nel pomeriggio tardi, e c’era la neve. Che bello! Abbiamo fatto l’angelo nella neve. Io ero un po’ titubante, perché non volevo bagnarmi, ma soprattutto non avevo voglia di buttarmi nella neve perché poi avrei dovuto anche rialzarmi… Comunque, abbiamo fatto due angeli, nel parchetto sotto il Castello, al buio e a -10 °C, ed è stato molto bello. Poi abbiamo ancora camminato e camminato e quando stavamo tornando a casa ho trovato 5 euro tra la neve. E ho pensato “trovare i soldi porta fortuna!”, ma poi ho pensato “non è che porta fortuna, è che sei già fortunato quando li trovi”. Quindi ho dedotto che la mia fortuna fosse già consumata e non si proiettasse nel futuro, così mi sono rattristata e ho detto: “poteva anche perderne di più…”. Poi siamo tornati a casa, finalmente, che io avevo le dita ghiacciate e stavano per staccarsi. Quando sono entrata in casa, ero già in pigiama, perché avevo il nuovo pigiama che mamma mi ha comprato, per l’inverno, perché uno che avevo prima l’ho ristretto in lavatrice, così occupa meno spazio, solo che ora è un po’ corto… Allora ho detto, metto i soldi a posto, perché sono una persona ordinata (nei soldi): in quel momento ho scoperto che non avevo il portafoglio e pensando pensando ci siamo ricordati che lo avevo lasciato giù in auto, dove avrei continuato a lasciarlo, tanto se per una notte e un giorno  nessuno lo ha notato e rubato, perché dovrebbero farlo nella notte successiva? Ma M. mi ha “costretto” (gentilmente) a riaffrontare il freddo e il gelo e le intemperie e la neve, con il pericolo che rubassero me invece che il portafoglio, a pochi giorni dalla consegna della tesi… insomma… un’avventura che non vi dico! e un freddo!

Ma che bella la neve!

Io, la prossima settimana, ci voglio di nuovo andare in montagna, perché mi è piaciuto molto. Ecco.


Il Baudelaire di Sartre

Dicembre 15, 2007

“la vita” scrive Baudelaire “non ha che un incanto vero: l’incanto del Giuoco. Ma se ci è indifferente di vincere o di perdere?” Per credere in un’impresa bisogna prima esservi gettati dentro, interrogarsi sui mezzi per condurla a buon porto, non sul suo esito finale. Per chi riflette, ogni impresa è assurda; Baudelaire è stato immerso fino al collo in codesta assurdità. All’improvviso, per un nulla, uno smacco, una stanchezza, scopre la solitudine infinita di quella coscienza “vasta come il mare” che è insieme la coscienza e la sua coscienza, comprende la propria incapacità a trovare dei limiti, dei capisaldi, delle consegne al di fuori di essa.

 

da Gian Paolo Sartre, Baudelaire, Mondadori, Milano 2006.